Good Food for All. Sistemi Alimentari giusti e sostenibili per tutti.

Good Food for All. Sistemi Alimentari giusti e sostenibili per tutti.

Approfondimento dall'isola

La campagna Good Food for All parte da un'idea semplice: il cibo non è una merce come il petrolio o l'acciaio. È da lì Federico Chierico, coordinatore dell'isola “Cibo, agricoltura e accoglienza” di Biella Città Arcipelago guarda al biellese, con i suoi numeri alla mano, e arriva al cuore del progetto: rilocalizzare la produzione del cibo qui è tecnicamente possibile, la scelta è politica. È la stessa visione che tiene insieme l’Arcipelago: cosa mangiamo, come è coltivato il paesaggio e come viviamo insieme sono un unico discorso.



Ho scelto di aderire e di parlare a sostegno della campagna Good Food for All principalmente perché, scorrendo i punti su cui si concentra la campagna, ho trovato scritto al terzo posto: "Il Cibo non è una merce come il petrolio o l'acciaio".

Ecco un bel punto da cui far partire una riflessione: il cibo non è un bene come un altro. Perché, se lo trattiamo così, allora la Terra diventa un fattore di produzione, così come la vita umana e animale. Questo è ciò che è accaduto ed ha portato alla situazione attuale: un sistema alimentare iniquo responsabile complessivamente del 33% delle emissioni di gas serra, grande fonte di sofferenza umana ed animale e responsabile dell'annientamento di interi ecosistemi a livello globale.

Al quarto punto poi si legge: "Sostenere l'agroecologia contadina ed i sistemi alimentari territoriali". Ce ne sono tanti altri molto interessanti relativi al consumo di acqua, alla sofferenza animale, agli sprechi, all'educazione alimentare. Vi invito a leggerli tutti, ma mi soffermerei qualche istante anche su questo.

Proprio in questi giorni in cui scrivo, il prezzo di frutta e verdura è diventato un tema sotto i riflettori dei media nazionali. Oltre all'inflazione generale, ci sono delle cause strutturali che stanno facendo schizzare il prezzo dei prodotti della terra.

Sono almeno tre:

Il cambiamento climatico che ha portato a siccità estrema alcune aree strategiche del nostro paese per la produzione di ortaggi, soprattutto in Puglia dove si stimano circa un miliardo di Euro di danni; in Campania e in Emilia Romagna dove si stimano cali del 40% della produzione. In queste aree, oltre a problemi con i raccolti estivi, non si è riusciti affatto a piantare colture come zucche, zucchini, pomodori, finocchi e lattughe di cui proprio in questi giorni si inizia a sentire grande carenza.

I prezzi dei carburanti. Data la scarsità di alcuni prodotti, questi vengono reperiti da mercati esteri. Nella tarda estate del 2026 la presenza di pomodori sui banchi della GDO è stata garantita soprattutto dalle serre olandesi, ma anche belga, tedesche e polacche. I costi dell'energia per la produzione, ma soprattutto i costi dei carburanti per il trasporto, incidono pesantemente sui prezzi dei prodotti. Questo vale anche per tutti i prodotti importati dalla Spagna, ma anche per i prodotti che devono attraversare il nostro paese da sud a nord, magari partendo da un'isola.

I prezzi dei fertilizzanti. L'industria dell'azoto nitrico si sorregge principalmente sul gas naturale (rappresenta circa l'80% del costo di produzione); inoltre detta industria ha sede principalmente in Medio Oriente ed in Ucraina ed è dunque fortemente sensibile alle tensioni internazionali e alle crisi geopolitiche.

La principale industria del fosforo ha invece sede in Cina dove le stime delle riserve reali iniziano a ridursi fortemente e la transizione della mobilità cinese verso l'elettrico costringe il governo cinese ad una stretta sulle esportazioni per soddisfare la domanda interna. Questo porta inesorabilmente ad un aumento dei prezzi anche dei concimi fosfatici.

Oltre a questo sappiamo che il sistema alimentare globale è responsabile del 33% delle emissioni di gas serra, produce grande sofferenza umana ed animale e contribuisce alla distruzione degli ecosistemi. L'agroindustria porta infine sulle tavole cibo poco nutriente e contenente residui di sostanze nocive; di questo cibo inoltre circa un terzo (una quantità enorme) viene sprecato.

Cosa significa quindi garantire cibo davvero buono e sostenibile per tutti?

Prendendo atto di questa situazione sono convinto che non si debba puntare ad un aumento della produzione agroindustriale, ma al contrario si debba puntare ad una radicale rilocalizzazione della produzione del cibo e ad un'evoluzione profonda dei sistemi alimentari.

Innanzitutto, i sistemi locali fatti da piccoli mercati agricoli, dalla crescita delle CSA (Comunità che Supportano l'Agricoltura) e dal difficile perdurare di piccoli negozi di quartiere non elitari, fondano gran parte della loro ragion d'essere sulla relazione spostando di fatto il cibo dall'economia estrattiva all'economia generativa che oltre allo scambio economico mette in gioco i fattori della relazione e della felicità. Il cibo smette qui spontaneamente di essere un bene come un altro. Le persone che scelgono di legarsi ad una o più aziende agroecologiche non lo fanno solo per un vantaggio economico o per una questione salutistica. Lo fanno soprattutto per un orizzonte di senso che va oltre l'opportunità e l'utilitarismo, semplicemente perché questo nuovo rapporto con il cibo le rende felici ed appagate nella relazione con le altre persone, con il cibo stesso e con il paesaggio che la produzione di quel cibo produce. Il rapporto con il cibo tocca quindi le sfere più profonde della felicità e dell'identità oltre ad essere una scelta etica.

Oggi a causa dell'aumento dei prezzi della GDO sta venendo meno quel limite economico che prima frenava la spinta verso i piccoli produttori agroecologici. Scegliere i prodotti stagionali di uno dei tre mercati contadini della città o legarsi ad una CSA oggi per la prima volta può significare anche spendere meno.

A questo punto vengono sollevate solitamente alcune criticità che partono sostanzialmente da una domanda per certi versi ancora legittima:

"Ma come si può pensare di nutrire anche solo la popolazione di una provincia come il biellese attraverso i prodotti di aziende agroecologiche che sono pochissime e producono apparentemente poco in quanto biologiche?"

Oggi questa domanda ha senso, ma se davvero ci fosse l'intenzione di rilocalizzare la produzione del cibo, il problema sarebbe esclusivamente politico, non tecnico ed ora provo brevemente a dimostrarlo con alcuni dati.

La mia piccola realtà, il Chioso, nutre circa 70 famiglie da marzo a dicembre con cinquemila metri quadrati di orto, di cui solo quattrocento sotto piccoli tunnel, coltivato con la tecnica del market garden che punta a produrre il più possibile su piccole superfici gestite manualmente senza energia fossile.

Nella provincia di Biella sono stimati circa ottanta mila nuclei familiari.

Per nutrirli tutti ci vorrebbero circa 572 ettari.

A questo punto la prima obiezione potrebbe essere: "Per fare orto ci vuole molta acqua, dove li troviamo tutti questi terreni irrigui nel biellese?"

Nella piana biellese ci sono circa 2300 ettari irrigui (fonte Coldiretti) oggi utilizzati principalmente per la produzione di mais e soia da destinare all'allevamento industriale della pianura padana. Basterebbe di questi destinarne il 25 per cento (572 ettari appunto) alla produzione di ortaggi agroecologici per garantire il fabbisogno di ortaggi di tutta la provincia per dieci mesi all'anno. Con qualche tunnel in più rispetto alla proporzione della mia realtà si potrebbe arrivare senza difficoltà a coprire il fabbisogno dell'intero anno di cibo stagionale.

E qui arriva un'altra domanda: "Chi coltiverebbe ad ortaggi tutta quella terra?"

Anche qui proviamo a guardare i dati: per coltivare cinquemila metri quadrati con la nostra tecnica occorrono tre persone in alta stagione, più l'aiuto di alcuni woofers che arrivano da tutto il mondo, ragazzi che lavorano in fattorie biologiche per alcuni periodi in cambio di vitto ed alloggio. Teniamo i tre fissi come riferimento. Per coltivare i 572 ettari necessari servirebbero 3432 persone, cioè il 4.7% degli occupati della provincia di Biella.

Il dato di disoccupazione della provincia di Biella è 4.2%, mentre il tasso di disoccupazione giovanile sale al 12.3%.

Ora, abbiamo visto che dal punto di vista della fattibilità tecnica non ci sono ostacoli reali alla rilocalizzazione. Esistono studi molto interessanti e anche molto più complessi di questo articolo per le maggiori città europee, ma anche asiatiche che dimostrano che sì, si può fare. Abbiamo le tecniche, abbiamo la terra.

Emerge qui il vero nocciolo della questione, ovvero che sembrano mancare le persone che lavorano in agricoltura. Le politiche di iper meccanizzazione e industrializzazione dell'agricoltura dell'Unione Europea guardano con interesse al "modello UK", dove solo circa l'1% della popolazione è impiegato in agricoltura. La concorrenza, i grandi accorpamenti e le normative lavorano implicitamente per questo obiettivo non dichiarato.

Sembra inoltre che i giovani e le persone in generale non vogliano lavorare in agricoltura, ma la realtà è ben diversa e dipende da "quale" agricoltura.

Il modello che le microfarm agroecologiche propongono è profondamente attrattivo soprattutto socialmente per molte persone più o meno giovani. Questo perché la Nuova Agricoltura ha come principale obiettivo di incrementare la vita e le relazioni fra le persone e negli agroecosistemi.

È un'agricoltura che "lavora con", che co-crea con la natura paesaggi e sistemi integrati ad alta produttività e ad alta vitalità, ma a bassissima intensità tecnologica e finanziaria.

La Nuova Agricoltura riprende ed evolve il paesaggio rurale attraverso tecniche rigenerative che aumentano la fertilità dei suoli e la resilienza dei sistemi; attraverso modelli innovativi come le Comunità che Supportano l'Agricoltura (CSA), spostano il cibo verso l'economia generativa.

La cascina, il bosco, i campi diventano così luoghi di produzione di cibo buono, pulito e giusto per la comunità, ma anche di produzione di cultura e di visioni di futuro della Terra e dell'uomo; le microfarm sono quindi anche hub sociali e relazionali e perché no, politici.

Rappresentano dunque una effettiva risposta alle richieste della campagna Good Food for All, ma a ben guardare anche agli obiettivi che si è coraggiosamente data l'Unione Europea nella strategia "Farm to Fork", oggi purtroppo pesantemente ridimensionata.

Sembrerebbe tutto perfetto: esiste un modello tecnico e pratico che da molti anni lavora in Italia e nel mondo in perfetto accordo con le visioni più d'avanguardia; sappiamo che, almeno in Europa, non esistono effettivi limiti tecnici e sappiamo che questo modello risulta attrattivo come forse nessuna altra forma di agricoltura.

Viene allora legittimo chiedersi come mai tale modello venga completamente ignorato dalle politiche agricole dell'Unione Europea che investono ogni anno 55 miliardi di Euro sul continente per il sostegno all'agricoltura?

La risposta è difficile e complessa ed insieme molto semplice.

È un modello che genera economie locali fertili e vivaci, ma a bassissima esposizione finanziaria.

La nostra agricoltura è profondamente tecnica e si appoggia alle più recenti scoperte in materia di ecologia e fertilità dei suoli, ma caratterizzata da una bassissima impronta tecnologica poiché tiene l'umano, la relazione e l'osservazione al centro dei sistemi coltivando piccole superfici gestite pressoché manualmente con minimo uso e di conseguenza investimento in macchine ed energia fossile.

Ne deriva che questo modello non produce crescita per come questo termine è inteso da chi tiene le redini del nostro mondo, ma produce crescita qualitativa della vita degli ecosistemi, della qualità della vita di chi lavora e della comunità che ruota intorno alla microfarm e delle relazioni.

Inoltre integrare, incrementare la vita, co-creare con la natura, centrare ogni azione sulla cura delle relazioni, utilizzare denaro e tecnica come mezzo generativo e non come fine genera inevitabilmente una visione di mondo e di futuro diversa da quella oggi dominante. Tale visione e le persone che la incarnano operano a latere dei cardini del nostro modello di sviluppo rappresentando un'alternativa radicale reale.

Per questa ragione questa nuova agricoltura semplicemente non è sostenuta affatto. Non c'è ricerca, se non marginale, non ci sono investimenti e non ci sono misure reali di sostegno delle politiche agricole.

Di chi è quindi il compito di sostenere questo nuovo modello e dunque questa nuova visione del futuro e del mondo?

Di certo della politica, ma ancora di più di noi tutti, ogni giorno con le nostre scelte e con la nostra partecipazione; perché sono i pensieri delle persone che fanno il mondo e la politica decide di sostenerli quando questi pensieri sono condivisi da molti e questi molti rivendicano dignità e sostegno alla loro visione del mondo.

Aderire alla campagna Good Food for All è un passo per partecipare, ma tanto più importante è iniziare a scegliere da oggi di sostenere attraverso la relazione i progetti agroecologici che stanno intorno alle nostre città e di costruire insieme ad essi un nuovo sistema alimentare e dunque un nuovo mondo.

Si può fare, basta scegliere di farlo.


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