"Condensation Politics"

Una forma di partecipazione politica ad attivazione intermittente, in base a una specifica causa, fondata su un'infrastruttura civica stabile

Il 31 gennaio 2026, nel corteo nazionale di Torino a sostegno dei prigionieri politici palestinesi e insieme del centro sociale Askatasuna, ho camminato per ore dentro una folla che le stime indicano attorno alle cinquantamila persone: famiglie, pensionati, studenti, sindacati di base, un corpo civico eterogeneo che ha attraversato la città in modo pacifico e persino festoso. È quella folla, nella sua interezza, a condensare — è proprio il caso di dirlo — il fenomeno che questa nota vuole nominare con precisione: una tensione sociale dispersa, satura, presente da tempo nelle conversazioni private e nella lettura delle notizie, che attorno a un evento preciso — lo sgombero di Askatasuna, la causa palestinese — si è aggregata in poche ore in una forma visibile, compatta, capace di attraversare una città intera.
Leggere questo con le categorie dei partiti, dei movimenti, delle piazze non permette di coglierne la vera natura: si tratta di un modo di partecipare alla vita politica che è in linea con l’epoca attuale, con la scomparsa dei riferimenti socio-culturali e istituzionali novecenteschi. Chiamo questo fenomeno
Condensation Politics, e può essere ben rappresentato dal corteo delle cinquantamila persone di Torino, o quelli del milione di partecipanti di Roma per la Palestina, oppure le manifestazioni e iniziative per il NO al Referendum sulla giustizia del 2026. Il valore trasformativo di queste mobilitazioni è stato neutralizzato o indebolito dalla mancanza di capacità da parte del sistema politico-civile di accogliere questo fenomeno politico nuovo in strutture organizzative, politiche e culturali, solide e vive.
Siamo già in un
nuovo ecosistema politico, ma le categorie per interpretarlo e organizzarlo sono quelle vecchie: i partiti ideologici o la lotta insurrezionale, la politica istituzionale oppure l'antagonismo.
Così un evento politico di
condensazione che aveva le caratteristiche per attivare nuove dinamiche socio-politiche, nuove forme di legittimazione e proposta per rinegoziare la rappresentanza, finisce per essere dirottato verso vecchie logiche interpretative essenzialmente sterili, anche quando - come nel caso del Referendum - sembrano ottenere una vittoria, perché di fatto nulla realmente cambia nel sistema politico civico.

La tesi
La Condensation Politics è una forma di partecipazione civica che si attiva su temi, questioni e proposte specifiche, si manifesta con intensità improvvisa, poi rientra in una fase di apparente quiete. Il militante permanente, iscritto, tesserato, è una figura che appartiene a un'epoca in cui l'unica infrastruttura disponibile per rendere visibile ed efficace la partecipazione era l'organizzazione stabile: il partito, il sindacato, la sezione. Oggi il demos dispone di mezzi di coagulazione rapida — reti, media, immagini che circolano in tempo reale — capaci di trasformare in ore un'istanza dispersa in una piazza compatta. Le manifestazioni per la Palestina a cui ho partecipato con fervore, e la mia attività nel Global Sumud Movement; il referendum sulla riforma della giustizia, che ha saputo raccogliere in tempi rapidissimi un consenso trasversale: sono episodi diversi per contenuto ma identici per struttura. Mostrano un demos pronto a un passaggio di fase, capace di intensità autentica quando l'istanza lo richiede.
Il punto è che oggi, a differenza di altre epoche in cui questa intermittenza sarebbe rimasta del tutto invisibile per mancanza dei mezzi necessari a raccoglierla, i mezzi ci sono — l'archivio, la piazza mediatica, la capacità di tenere insieme momenti di quiete apparente e momenti di picco in un'unica narrazione continua. Manca però l'infrastruttura politica capace di riceverli, tradurli, e soprattutto non lasciarli ricadere nelle forme del passato, né in quella opposta e altrettanto pericolosa: la cattura totale dell'evento da parte della sua frangia più visibile e meno rappresentativa, come accaduto a Torino.

Il meccanismo: vapore, seme, goccia
Per capire come funziona la Condensation Politics conviene seguire, passo dopo passo, il fenomeno fisico da cui prende il nome. Il vapore acqueo è disperso nell'aria, invisibile, apparentemente inerte — ma non è vuoto: è già carico di umidità, pronto a condensarsi non appena trova le condizioni giuste. Quelle condizioni sono un nucleo di condensazione: un granello di polvere, un cristallo di sale, un'impurità qualunque, che offre una superficie minima su cui il vapore comincia ad aggregarsi in una goccia. Il nucleo non genera l'umidità: la accoglie, la mette a fuoco, le dà una forma visibile che prima non aveva. Le goccioline che si formano attorno a nuclei diversi, poi, si incontrano, si toccano, si fondono: questo fenomeno ha un nome tecnico preciso, coalescenza, ed è esattamente il processo per cui gocce minuscole diventano, incontrandosi, gocce sempre più grandi, fino a superare la soglia oltre la quale precipitano.
Applicato al demos: la tensione sociale satura — il malessere accumulato, l'indignazione sedimentata nelle conversazioni private, nella lettura delle notizie, spesso ciò che possiamo chiamare come
emozioni politiche, a cui ho dedicato un Manifesto — è il vapore, già presente, già carico, prima ancora che qualunque evento lo renda visibile. Un video, uno sgombero, una sentenza referendaria non creano quella tensione dal nulla: fungono da nucleo di condensazione, da seme minimo attorno a cui la tensione dispersa comincia ad aggregarsi in una forma visibile. E poi, per coalescenza, quella prima goccia di condensa incontra altre gocce — altre reti, altre piazze, altre conversazioni — e cresce, fino al punto in cui precipita: diventa corteo, diventa voto, diventa evento pubblico capace di cambiare, anche solo temporaneamente, lo stato visibile della società.

Perché non bastano la forma-partito, la forma-referendum, né la forma-corteo lasciata a se stessa
Qui va chiarita una distinzione che finora ho lasciato implicita. Come fenomeno spontaneo, la Condensation Politics accade comunque, con o senza cornice istituzionale: basta una tensione sociale satura e un evento-seme perché la condensazione si produca, come è successo a Torino. Ma un fenomeno spontaneo, lasciato a sé, si esaurisce nell'istante stesso in cui si manifesta: precipita una volta, e poi si disperde di nuovo in vapore senza lasciare traccia organizzata, oppure — peggio — viene raccolto da chi occupa la scena con più forza narrativa, ma senza conseguenze sistemiche. La Condensation Politics, per portare a una trasformazione effettiva del sistema, presuppone un'infrastruttura che sta lì prima che l'evento accada e resta lì dopo che è passato: qualcosa che raccoglie sistematicamente ogni condensazione, la protegge dalla cattura altrui, e la trasforma in seguito organizzativo duraturo invece che in un episodio isolato.
È la differenza tra la pioggia che cade su asfalto e scorre via, dispersa, e la pioggia che cade su un bacino già scavato, pronto a raccoglierla, diventa rivolo, torrente, fiume. Le tre forme politiche che seguono — partito, referendum, corteo — sono altrettanti modi in cui la politica tradizionale ha provato a costruire quel bacino, e altrettanti modi in cui ha fallito. Il partito tenta di catturare l'intermittenza trasformandola in
tesseramento permanente, e così facendo la tradisce: chiede una fedeltà continuativa a un'energia che per sua natura si condensa e si scioglie a intervalli. Il referendum cattura l'intensità del momento ma non genera seguito culturale: consuma la propria energia nell'atto del voto, senza lasciare dietro di sé un bacino capace di custodire la domanda che lo ha generato. Il corteo, infine, se non è sorretto da un'infrastruttura che ne custodisca il senso oltre l'evento e lo conduca verso processi organizzati, resta esposto al rischio dimostrato il 31 gennaio: la cattura narrativa da parte di chi occupa gli ultimi metri del percorso con l'intento esplicito di produrre immagini di scontro. Tre forme diverse, la stessa vulnerabilità: nessuna sa raccogliere la pioggia una volta che è caduta, nessuna dispone di un bacino, di un fiume, di un suolo pronto ad assorbirla e farla fruttare.

L'infrastruttura demopratica: il secondo governo
È qui che la demopraxia e lo Statodellarte propongono un'architettura diversa, ed è opportuno spiegare per chi non abbia ancora incontrato questo lessico cosa si intende con secondo governo. La teoria dei due governi distingue il governo istituzionale — lo stato, i suoi organi, la rappresentanza elettorale, il monopolio della decisione formale — da un secondo governo che esiste già, di fatto, nella vita quotidiana delle comunità di pratica: nei luoghi di lavoro, nelle scuole, nei laboratori artigiani, nelle reti di cura, ovunque le persone si costituiscano reciprocamente come autori della realtà sociale attraverso relazioni concrete, non attraverso deleghe astratte. Questo secondo governo non compete con lo stato per sostituirlo: lo affianca, lo completa, lo tiene in dialogo con la realtà viva della società. Lo Statodellarte è il tentativo di dare a questo secondo governo una cornice istituzionale — leggera, simbolica, ma reale — capace di riconoscerlo e di potenziarlo. Vi si accede attraverso l'attivazione nella e della propria comunità di pratica, riconosciuta come micro-governo sociale potenzialmente condensabile in cluster, gruppi, di decine di organizzazioni connesse e attive in una forma politico-civica che chiamiamo lo Statodellarte. A questo stato corrisponde dunque una cittadinanza demopratica, che si attiva concretamente in tre modi di organizzarsi e impegnarsi: iscrivendosi a un'ambasciata dello Statodellarte, prendendo parte a un'opera demopratica, oppure entrando in un circolo di cittadinanza.
Tre porte diverse per lo stesso ingresso: nessuna tessera di partito, ma un'attivazione che si radica nella pratica.
In questo senso il secondo governo che la demopraxia teorizza non compete con l'
intermittenza della partecipazione: la ospita, come infrastruttura organizzativa, ed è essa stessa il bacino idrico di cui il paragrafo precedente lamentava l'assenza.
E la ospita perché la quiete che sta tra un’attivazione e l’altra può sembrare a prima vista
dormienza, ma non è mai vera quiete: perché nelle forme del secondo governo — cioè nelle comunità di pratica in cui la cittadinanza demopratica si esercita — le persone restano attive, e anzi devono restare attive, negoziando concretamente le istanze che le piazze o il voto avevano manifestato in modo puntuale: esattamente come il vapore acqueo non smette mai di essere presente nell'aria tra una pioggia e l'altra. È qui che uso un motto che mi sembra dire esattamente questo: dalla Manifestazione all'Azione Manifesta. L'azione non si manifesta solo nelle piazze e nei momenti collettivi ad alta intensità: si manifesta, ogni giorno, nella vita ordinaria delle comunità di pratica, dove la stessa istanza gridata in corteo trova un tavolo, un'ambasciata, un'opera demopratica in cui continuare a essere negoziata, costruita, resa operativa.
Non c'è quindi un tempo dell'azione (la piazza) e un tempo dell'attesa (tutto il resto): c'è un
continuum in cui l'intensità cambia di stato — da vapore a goccia a pioggia — ma non si disperde mai del tutto. È proprio questo che rende la demopraxia un'alternativa reale alla politica tradizionale, e non una sua verniciatura estetica: non chiede di scegliere tra l'impegno del corteo e il ritorno alla vita privata, offre un terzo luogo dove l'uno si trasforma nell'altro senza soluzione di continuità.

La pioggia che torna all'ecosistema
C'è un ultimo passaggio del ciclo che vale la pena seguire fino in fondo, perché rovescia l'idea stessa di "evento" come punto di arrivo. La pioggia non è la fine di un processo: è l'inizio di un altro. Quando precipita, l'acqua non scompare — si distribuisce nel suolo, alimenta le falde, scorre nei torrenti, torna al mare da cui in parte era evaporata, per poi risalire di nuovo in vapore. La precipitazione — il corteo, il voto, l'evento pubblico che rende visibile la tensione accumulata — non è la conclusione della Condensation Politics ma il suo momento di redistribuzione: è quando la società, cambiando visibilmente stato, restituisce all'ecosistema civico l'energia che aveva condensato, nutrendo di nuovo il terreno delle comunità di pratica da cui tutto era partito e da cui tutto ripartirà.
È in questo punto esatto che trova posto il motto:
essere goccia e pioggia insieme. Ogni persona resta goccia — conserva la propria singolarità, la propria autorialità, il proprio percorso irripetibile attraverso il vapore, il seme/nucleo, la coalescenza — e allo stesso tempo appartiene alla pioggia, cioè alla comunità di pratica che quella singolarità la contiene, la moltiplica, la fa precipitare insieme a migliaia di altre, e al ciclo più grande di tutti, quello dell'intero ecosistema civico che quella pioggia nutre. Non c'è contraddizione tra l'essere singoli e l'essere collettivi: è la stessa acqua, in due momenti diversi del suo stesso ciclo.

Condensation Politics come epifania
Se la Condensation Politics è lo spirito del tempo che si manifesta in questa forma nuova di intermittenza profonda, lo Statodellarte può esserne la manifestazione epifanica: non la causa del fenomeno, ma il luogo in cui il fenomeno si riconosce, prende forma istituzionale, e comincia a raccontarsi come mito. Un mito ancora embrionale, certo.
Ma i miti nascono sempre così: come racconto che dà un
nome e una casa a un'energia già in circolo, che altrimenti resterebbe dispersa nell'anonimato del momento.


Paolo Naldini


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